una serata a gustare vini a Gorizia.

Paragonata a Berlino[20] , tagliata in due dal confine protetto da torri armate di mitragliatrici, Gorizia ha rappresentato, nella seconda metà degli anni quaranta e negli anni cinquanta, un valico clandestino per molti cittadini jugoslavi e dei paesi del patto di Varsavia ed un rifugio sicuro per tanti esuli giuliani, soprattutto istriani, integratisi perfettamente nel tessuto economico e sociale della città. In realtà, dopo la rottura di Tito con i paesi del blocco sovietico nel 1948, Gorizia, pur vivendo diversi momenti di tensione (nel 1953 Tito minacciò di voler prendere Gorizia e Trieste con le armi, radunando centinaia di migliaia di reduci a Okroglica, meno di 10 km via dalla città), vide i rapporti normalizzarsi progressivamente, soprattutto grazie agli accordi di Udine con cui venne introdotto il “lasciapassare” che semplificava le procedure per varcare la frontiera. Nel corso degli anni sessanta, Gorizia ha avviato un rapporto di buon vicinato con la consorella slovena (all’epoca jugoslava), sorta nel decennio immediatamente successivo alla definizione del confine del 1947: infatti, incontri culturali e sportivi hanno spesso messo in contatto e unito le due città. La presenza di una comunità slovena a Gorizia ha giocoforza catalizzato la collaborazione. Gli accordi di Osimo, sancendo definitivamente lo status quo confinario, contribuirono molto alla rappacificazione definitiva con la Jugoslavia, e poi con la successiva Repubblica di Slovenia. A tutt’oggi permangono deboli attriti tra le due città, in particolare su temi quali l’inquinamento transfrontaliero, le rivendicazioni degli esuli giuliani per un equo risarcimento per i beni loro sottratti, lo sfruttamento idroelettrico del fiume Isonzo, da parte slovena viene ancora rinfacciato, seppur raramente, il nefando ventennio fascista. Una barriera è rappresentata dalla lingua: pochi giovani goriziani non appartenenti alla minoranza slovena conoscono lo sloveno, pertanto, benché molti sloveni conoscano l’italiano, potrebbe esserci un problema di incomunicabilità per il futuro.

È un edificio barocco eretto fra il 1654 e il 17231724, che fu consacrato solo nel 1767. Mentre la facciata è una sintesi di elementi austriaci e romani l’interno è di derivazione schiettamente romana e contiene tele e affreschi pregevoli.

Di grande impatto visivo è l’altare maggiore, di Pasquale Lazzarini, degli inizi del Settecento. La chiesa è indissolubilmente legata alla presenzagesuitica a Gorizia, voluta dagli Asburgo e dal Vaticano per arrestare la diffusione del Protestantesimo.

Accanto alla chiesa sorse, dal tardo cinquecento fino alla prima guerra mondiale, il Collegio Gesuitico, dove si formarono generazioni di benestanti goriziani. Tale complesso culturale fu di enorme importanza nella diffusione della lingua italiana a Gorizia. Ebbe un ruolo non indifferente nello sviluppo anche urbanistico della città, che debordò oltre la cosiddetta “Grapa“, un fossato che cingeva la città vecchia, e si espanse ricalcando la strada per la Carinzia.

Il prato su cui s’affacciava (e che per gli sloveni è tuttora Travnik, prato) divenne la Piazza Grande dei goriziani, denominazione che serbò fino alla prima Guerra Mondiale quando divenne Piazza Vittoria, che fu nel corso del seicento e settecento abbellita di edifici nobiliari e di una fontana.

Situato proprio a ridosso della piazza vi è il palazzo Arcivescovile, già dimora della famiglia Cobenzl.

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